crosmaglio livs eghènSunday 21 June 2009 - 18:42:09
Blad Mengozzi stette in isolamento.
Sono Blad Mengozzi e sono orgoglioso del mio capitone. L'ho coltivato in prigione. Stavo in una cella di isolamento. Una latrina di lamiera. Il caldo mi seccava la pelle, le labbra. Mi screpolava fino ad aprire delle fessure sanguinanti. L'arsura sempre mi chiudeva la gola. Mi sentivo strozzare. Allora mi prendevano degli attacchi di tosse che mi scuotevano tutto il corpo. I secondini picchiavano con il calcio del fucile sulla lamiera che rimbombava con un clangore spaventoso. Era tutto difficile, confuso. Durante le ore diurne, ero quasi sempre stordito. La sera il calore accumulato dalle pareti e dal tetto di metallo impiegava ore a dissiparsi. Era pigro, torturandomi. Dormivo a brani, distratto e sconvolto da una febbre maligna. Solo poco prima dell'alba mi pareva di trovare riposo, per lo spazio brevissimo, per il soffio di un'ora. Al sorgere del sole mi svegliavo senza avere capito di aver dormito. La luce filtrava dalle feritoie che si aprivano tra tetto e pareti, malamente affastellati l'uno sulle altre. In quelle ore mi trascinavo verso la scodella di acqua marcia e vi gettavo il capitone che durante la notte conservavo nascosto in bocca, nell'incavo della guancia. Appena umido, la saliva poca, ma mi impegnavo deglutendo molto e lisciando il palato con la lingua cercando di crearne. Così facevo.
Ogni tanto, un boccone umano schiacciato all'infimo, mi voltavo e osservavo la mensa aziendale, mantenuta gradevole dalle piante verdi e dall'aria condizionata, illuminata di luci al neon. Era lì, era il prolungamento della mia cella! Gli impiegati mi salutavano sorridenti, con la bocca piena, e mi invitavano a raggiungerli con dei cenni amichevoli. Indicavano i piatti colmi di fusilli al sugo. Ma io mi trattenevo abbandonato lì, perché se ti hanno messo in prigione sei in prigione. Anche se non sei legato. I territori e i confini sono nella mente. Una parete che non c'è non è tutta la libertà.
Gli impiegati mi lanciavano domande sul capitone. Mi prendevano in giro. Bonariamente, ma mi prendevano in giro. Si mettevano allegria tra loro, scambiandosi ammiccamenti, come se fossi un concetto isolato, da tutt'altra parte rispetto all'atmosfera conosciuta delle abitudini quotidiane. Eppure ero lì, a pochi metri. Dove finiva il loro lucido linoleum, cominciava il mio terriccio aspro.
Ma c'è una differenza vera in queste differenze. La differenza vera è che qualche mese dopo io sono uscito, da quella cella. Quando è scaduto il tempo della mia detenzione, hanno aperto la porta e mi hanno lasciato andare. Sono uscito col mio capitone che di notte tenevo nell'incavo della guancia e di giorno coltivavo nella ciotola di brodaglia. E ce l'ho ancora, oggi. In un acquario di fango che ho costruito con le mie mani. La prima cosa che ho fatto quando ho avuto una casa mia.
Mentre loro sono ancora tutti là, a rimestare il senso della vita nella mensa aziendale aperta ventiquattr'ore su ventiquattro, spalancata di fresca abbondanza sulla faccia della mia vecchia prigione.
Ogni tanto, un boccone umano schiacciato all'infimo, mi voltavo e osservavo la mensa aziendale, mantenuta gradevole dalle piante verdi e dall'aria condizionata, illuminata di luci al neon. Era lì, era il prolungamento della mia cella! Gli impiegati mi salutavano sorridenti, con la bocca piena, e mi invitavano a raggiungerli con dei cenni amichevoli. Indicavano i piatti colmi di fusilli al sugo. Ma io mi trattenevo abbandonato lì, perché se ti hanno messo in prigione sei in prigione. Anche se non sei legato. I territori e i confini sono nella mente. Una parete che non c'è non è tutta la libertà.
Gli impiegati mi lanciavano domande sul capitone. Mi prendevano in giro. Bonariamente, ma mi prendevano in giro. Si mettevano allegria tra loro, scambiandosi ammiccamenti, come se fossi un concetto isolato, da tutt'altra parte rispetto all'atmosfera conosciuta delle abitudini quotidiane. Eppure ero lì, a pochi metri. Dove finiva il loro lucido linoleum, cominciava il mio terriccio aspro.
Ma c'è una differenza vera in queste differenze. La differenza vera è che qualche mese dopo io sono uscito, da quella cella. Quando è scaduto il tempo della mia detenzione, hanno aperto la porta e mi hanno lasciato andare. Sono uscito col mio capitone che di notte tenevo nell'incavo della guancia e di giorno coltivavo nella ciotola di brodaglia. E ce l'ho ancora, oggi. In un acquario di fango che ho costruito con le mie mani. La prima cosa che ho fatto quando ho avuto una casa mia.
Mentre loro sono ancora tutti là, a rimestare il senso della vita nella mensa aziendale aperta ventiquattr'ore su ventiquattro, spalancata di fresca abbondanza sulla faccia della mia vecchia prigione.
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