Il magrissimo Conte Flaccidoni-Goffi pusciò con neutralità di pensieri la porta della cristalleria e si avvicinò al banco; le gambe ossute elegantemente sospinte come pagaie; i lunghi piedi stretti come pesci sguscianti, fasciati da eleganti scarpe brune odorose di vero cuoio, fiduciosi ed esperti quanto a controspinta del pavimento. La sua maniera da gentiluomo era di tale naturalezza da comandare rispetto. La biondezza pacata e opaca dei capelli, gli occhi cerulei e buoni, la carnagione chiara ma non malata segnalavano ulteriormente l'inoffensiva sicurezza di sé di quest'uomo tanto pacifico quanto innervato di rettitudine.
La padrona della cristalleria: goffamente inclinata sul bancone, schiena in avanti e gomiti sul piano, come un'allieva svogliata che usa la nenia erudita del professore come tapis roulant per portare a spasso la fantasia magica del sonno sveglio. Seguendo il filo del dorso, si indovinava uno sgabello alto, tipo da bar.
Intorno, un silenzio reverenziale colava lungo i bordi dei vasi opalescenti, dei sussiegosi flute raffinati, dei soprammobili stralucenti arcobaleni allo spostare le occhiate...
“Buongiorno”, leccò la donna col sorriso oleustre della bottegaia.
“Buongiorno”, rispose il magrissimo Conte Flaccidoni-Goffi con signorilità inglese.
“Mi dica”, fece dell'ammiccanza la bottegaia.
“Desidero questo e quell'altro, così e cosà”.
“Ma certo!” rispose in fregola la donna, scivolando dallo sgabello con un silenzio brutto dei grossi collant color cammello.
“Abbiamo questo, così...”, recitò indicando un oggetto spilungone decorato con gocce di leziosa mielanza e controllando la reazione del magrissimo Conte Flaccidoni-Goffi. Il magrissimo Conte Flaccidoni-Goffi studiava silenzioso le finezze dell'oggetto discernendole dalle presunte tali.
“...oppure quell'altro, cosà”, si spicciò la bottegaia arraffando con fretta professionale una chincaglieria arzigogolata di spigoli e fenditure e rigirandola sotto il naso del magrissimo Conte Flaccidoni-Goffi.
La sciura restò con l'aggeggio in mano, come a valutare lo spessore dei secondi di attesa, poi fece una facciuzza interlocutoria di usmo interrogativo ma non supplichevole, e ripose l'oggetto.
“Altrimenti...”, esitò affettando ipocrita difficoltà, “ci sarebbe codesto cosù”.
“Cosù?” Il magrissimo Conte Flaccidoni-Goffi ebbe un impercettibile scatto allertato del profilo tagliato a linee dritte.
“Cosù”, ripeté con calma da salsa densa la signora, che aveva fatto centro, “codesto”, lo indicò, proprio ai piedi del magrissimo Conte Flaccidoni-Goffi, “lo prenda pure”, permise con magnapanza da zia che ti vuol bene e fa un'eccezione.
Il magrissimo Conte Flaccidoni-Goffi fece scendere la traiettoria dei bulbi oculari, notando sotto lo scaffale più basso (attenzione: non sullo scaffale; sotto lo scaffale, cioè tra lo scaffale stesso e il pavimento di fredde piastrellone quadrate) una mazza da baseball.
Si voltò verso la padrona, che aspettava quello sguardo ripiena di soddisfazione cicciona. La donna annuì, godendosela un monte.
Il magrissimo Conte Flaccidoni-Goffi si chinò, con un portamento atletico e quieto insieme, a raccogliere l'oggetto. Lo soppesò facendolo rimbalzare sul palmo dell'altra mano e di nuovo guardò interrogativamente la donna. La sciura annuì ancora una volta, con l'aria topesca di un bambino che sta per farne una, socchiuse gli occhi, si portò i palmi delle mani sulle orecchie e ridacchiò facendo i raschietti avanti e indietro sul palato.
Il magrissimo Conte Flaccidoni-Goffi prese lo slancio, portandosi la mazza dietro la schiena come se fosse un'accetta, e poi CRASH! CRASH! CRASH! Iniziò a spaccare tutto, ma proprio tutto! E ad ogni colpo la sciura lo incitava: “Cosù!”, “Cosù!”, “Cosù!”, a far la rima alle bracciate fronzute e ruggenti e bestiali.
Gli schianti zazzerellavano i cristalli, schegge di vetro volavano ovunque, pezzi taglienti saltavano in qua e in là, il frastuono spaccatutto era schiumoso di tuonità. Il magrissimo Conte Flaccidoni-Goffi andava in qua e in là, a volte prendendo la mira e sbaragliando un intero scaffale con un solo colpo, altre volte gettandosi come un nano ubriaco su oggetti di minutissima complessità e polverizzandoli con colpaccioni selvaggi della mazza menati dall'alto in basso.
Infine, quando la distruzione fu totale, e non fu rimasto un solo oggetto intatto in tutto il negozio, il magrissimo Conte Flaccidoni-Goffi ripose la mazza da baseball appoggiandola con cura sul bancone, in modo che la sua orizzontalità fosse perfetta.
La sciura lo guardò scuotendo la testa soddisfatta, come davanti al professionismo di un campione.
“E' stato un piacere, signore”.
“Flaccidoni-Goffi. Mi chiamo Flaccidoni-Goffi”.
“Che cosa?”
“Flaccidoni-Goffi. È il mio nome”.
La signora si sollevò su se stessa, sorpresa, come strattonata da un gran divertimento, gli occhi spalancati di gioioso stupore e le mani aperte in un entusiastico annettersi la coincidenza.
“Flaccidoni-Goffi?” chiese ridendo, “Flaccidoni-Goffi? Ahahah, ma si rende conto che con quel nome lì uno si sarebbe aspettato che spaccasse tutto quanto? E invece... Ahahaha!”
Il magrissimo Conte Flaccidoni-Goffi annuì, gustandosi anche lui la magguardataggine dell'evenienza, mentre la donna si piegava e non si teneva dal ridere, con la mano destra che dalla fronte si spostava ad agitare l'aria e poi tornava sulla fronte, a non crederci da quanto faceva ridere quella cosa qui.
Finito. Il magrissimo Conte Flaccidoni-Goffi passeggiando sulle briciole di cristallo con un primissimo piano sui piedi che fan cric crac, con un'inquadratura che come minimo sopra ti aspetti Jack Nicholson, uscì dal locale senza urtare neanche uno scaffale, allegro e normale come uno stuzzicadenti.