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				<!-- test="Karim Ayed - blog ufficiale, sottufficiale, gentiluomo e malandrino dell'inventatore del crosmaglio.<br />Foto e layout realizzati da Nicola Giannotti, degno di ammirazione presso myspace.com/nicolagiannotti" -->
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				<title>crosmaglio : News</title>
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				<description>blog di Karim Ayed, seguito del blog crosmaglio di inventatore, realizzato da Nicola Giannotti</description>

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				<copyright>Karim Ayed - blog ufficiale, sottufficiale, gentiluomo e malandrino dell'inventatore del crosmaglio.Foto e layout realizzati da Nicola Giannotti, degno di ammirazione presso myspace.com/nicolagiannotti</copyright>
				<managingEditor>inventatore - egregiosignore@nospam.com</managingEditor>
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				<pubDate>Wed, 08 Sep 2010 04:06:33 +0200</pubDate>
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				<title>crosmaglio : News</title>
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						<title>Guasti nell'anima di Carlo Zampagli.</title>
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<description><![CDATA[Dirle subito, le cose, perdio! E perché? Non per salvare un amico, che non avrei salvato comunque, ma solo per aver ragione, per fare serpeggiare e godere l'io. Tre anni fa, in un locale con Davide, che non vedevo da qualche mese. E con Cristina, la sua ragazza che non vedevo da almeno un anno. Fidanzati da nove anni. Cristina accarezzava la mano di Davide e gli parlava con un amore finto e superato. Con il tentativo di un amore. Il suono artificiale della confidenza mi aveva ferito, perché la tristezza che prosciugava la verità, nei gesti di lei, era la traduzione del suo cuore, in cui l'amore per lui non c'era più, benché lei cercasse di evocarlo nei modi lisci della mano e ruvidi dello sforzo. Lui non si accorgeva di nulla, viveva ordinario la sua realtà senza misteri. Io non dissi niente, e a cosa mi sarebbe servito dirlo? Cosa sarebbe successo se la sera successiva gli avessi chiesto di uscire, io e lui da soli, per dirgli con aria compunta: “Davide, secondo me Cristina non ti ama più, l'ho capito perché le sue carezze sono create con la speranza morente”? Avrei scatenato un confronto tra loro? Con dei silenzi affermativi da parte di lei? Sarebbe poi diventata colpa mia? Li avrei aiutati? No. Pochi mesi dopo, Cristina l'ha lasciato all'improvviso. Lui se ne è uscito di testa per un paio d'anni, io non ho detto nulla. Ma se avessi parlato? Ah, che bella figura avrei fatto. Io l'avevo detto. Io avevo capito. Io sono quello che sa le cose. Avrei potuto dettare legge a lungo, nella vita di Davide. Sarei diventato autorevole nel campo dei sentimenti, e la mia piccola vita avrebbe avuto una medaglia di cui compiacermi, come un carro armato rospo gonfio sulle rovine dell'amore altrui.<br /><br />Dove comincia la verità? Mentre penso a queste cose, divagando con la mente, vengo convocato da Antonio, il capufficio, che mi rimprovera perché la mia pausa pranzo oggi è durata un'ora e mezza, anziché un'ora. Eppure stamattina sono arrivato mezz'ora prima. Lo guardo fiero e offeso e glielo faccio notare. Lui esita un attimo, perché è una brava persona. E poi mi congeda annuendo burbero. Il fatto vero è che non sono arrivato mezz'ora prima perché sapevo che mi sarei dovuto attardare durante la pausa pranzo. È stato un caso: ho preso l'auto anziché i mezzi pubblici, perché stasera ho un impegno e tornerò a casa dopo che l'ultimo metrò avrà già terminato la corsa. E con l'auto arrivo prima. Non solo: mentre durante la pausa pranzo bighellonavo più a lungo del consentito, senza alcuna ragione importante, non pensavo neppure a quella mezz'ora in più. Non me la ricordavo nemmeno. È stata un'illuminazione, ho improvvisato quando Antonio mi ha un po' messo alle strette. Ho stabilito quella relazione compensativa e mi sono giustificato. Probabilmente, Antonio si è anche sentito un po' in colpa. Burocraticamente, tutto è regolare. Ho segnato la mezz'ora in più della mattina sul foglio presenze. Allo stesso modo, ho segnato anche la mezz'ora in più di pausa pranzo, dunque annullando il diritto allo straordinario che mi sarebbe spettato altrimenti. Questa è onestà. Di certo Antonio non aveva ancora visto i fogli presenza, quando mi ha convocato, per questo l'ho colto di sorpresa. E in ogni caso, si tratterebbe solo di un problema di forma, per lui: non vuole che un andazzo simile diventi la norma, soprattutto presso i colleghi. Sarebbe l'anarchia, teme, se ognuno potesse gestirsi le proprie otto ore in totale autonomia. Ma tornando a me: la situazione potrebbe sembrare risolta, ma io nell'ufficio di Antonio ho mentito. Perché con il tono di voce e con l'atteggiamento ho lasciato intendere, senza mai dirlo, che invece quella mezz'ora in più della mattina era stata un comportamento virtuoso. Ci ho messo dentro un'intenzione inesistente. Come se includesse, con lungimiranza, il previsto prolungarsi della pausa pranzo. Balle. Dunque le cose stanno così, come di traverso nell'esofago della verità: la burocrazia è intatta, ho lavorato otto ore come sempre, benché distribuite in modo diverso dalla norma. Con Antonio, ho insinuato una logica posticcia nella spiegazione dell'accaduto, che mi ha messo in buona luce. Diciamo in luce neutra, ma diventata buona grazie al contrappeso del senso di colpa del capufficio. I fatti tornano. Ma ho mentito. <br /><br />Non dicendo nulla a Davide, ho atteso e rispettato il verificarsi della verità. E per assistere al mio avere ragione, ho dovuto tacere. Lo so solo io, ma non sono sicuro che mi basti, e rodo perché non sono riconosciuto protagonista dello splendore, benché abbia tutte le carte in regola nella mia intelligenza pigra e scafata.]]></description>
<author>inventatore&lt;egregiosignore@nospam.com&gt;</author>
<pubDate>Sun, 13 Jun 2010 23:19:41 +0200</pubDate>
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						<title>Scimmie.</title>
<link>http://karimayed.com/news.php?item.278.4</link>
<description><![CDATA[E se l'alba una mattina si stancasse? Se si arricciasse come un foglio secco e i colori che pervadono lo spirito si intirizzissero in cromatismi freddi, scricchiolando in grinze?... E il cielo si svelasse come un rozzo sipario di cartapecora, a nubi ferme e arie stantie, a sole raggelato in un giallistro impedito e annaspante di silenzio? E dietro il cielo, niente. E dietro di noi, che ci voltiamo a cercare conferma increduli negli occhi degli sconosciuti, che sentiamo caldi nel cuore e improvvisamente fratelli, ecco dietro di noi, ecco, nessuno! Nessun fratello, ma solo scimmie, scimmie dagli occhi umidi e buoni, dalle labbra protese e morbide, dallo sgraziato, inoffensivo, infantile smarrimento. Smarrimento, eppure, che è una pista sincera, donata loro per camminare verso la soluzione... benché preda di quello che al nostro cervello parrebbe caos, ecco loro invece, che ad ogni passo potrebbero scantonare verso l'imbecille alterità dell'alternativa errata, fanno semplicemente la cosa giusta, sorde al libero arbitrio. E noi triti tra l'impossibile che, per una qualche abbacinante ragione che non riusciamo ad afferrare con il macinare febbrile della logica, ma che catturiamo in qualche imprevedibile moto istintivo dell'animo, quasi annusandolo, ci si manifesta come ovvio. Senza che possiamo capire perché, e senza che sia importante, la verità di questa stralunata novità ci si squaderna vergine come nei sogni, e le scimmie camminano lasciandoci indietro, si abbassano appena per passare sotto gli angoli arricciati del foglio che è ciò che fu cielo. E infine ci abbandonano, senza cattiveria. Loro sanno perché, un perché che non è soltanto loro. Che è naturale e fluisce, aleggia, ma non è nostro. E noi non possiamo seguirle sotto i pertugi, perché sarebbe un sacrilegio.]]></description>
<author>inventatore&lt;egregiosignore@nospam.com&gt;</author>
<pubDate>Sun, 09 May 2010 23:01:18 +0200</pubDate>
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						<title>Prepotente Flint, ansia educata di Ferruccio, questioni di vino.</title>
<link>http://karimayed.com/news.php?item.277.4</link>
<description><![CDATA[Il telefono era su un mobile di legno normale. Ci sarebbe da interrogarsi sul perché si acquistino certi tavolini, certi comodini, che stanno lì da soli, come pecore isolate. C'eran su un paio di soprammobili, altrettanto individuali. La somma delle parti, a volte, è meno del tutto. Ci sono combinazioni che sottraggono voglia di vivere, rarefanno la massima felicità potenziale in un ambiente; condannano. Entri, stai dentro, e c'è qualcosa nelle tende o nelle lampade che ti dice che quel posto è disabitato dalla gioia, dalla passione, dallo sconvolgimento istantaneo della felicità che ti afferra da dietro come chi ti fa uno spavento. <br />Flint, a casa sua, aveva tolto vita, lasciando residuo un posto del genere, come l'effetto dei rivestimenti di cellophane sui divani o sui sedili delle auto. E c'era il tavolino e su c'era il telefono. La cornetta era appoggiata al suo orecchio, la bocca spezzettava reazioni e elaborava istruzioni. Il lato-microfono, a ben starci vicino, puzzava un po' di longeve salive.<br />Cosa stava dicendo Flint? Parlava con Ferruccio Robonboni, suo conoscente, diciamo amico, senza introdurci nel labirinto di lealtà, difese, commozioni condivise, senza voler fare, diciamo, una contabilità e una misurazione col bilancino di cosa sia veramente l'amicizia e di cosa sia piuttosto un accostumarsi alla differenza altrui, con digrignata impazienza, al solo scopo di aggirare l'evidenza della solitudine; solitudine non come consapevole espiazione, ma come vile conseguenza di una vita di inazioni egoiste e millantate generosità smentite da piccole e meschine reticenze quotidiane quanto a piccoli gesti di intimità, di amore, di vicinanza vera.<br />Diceva a Ferruccio Robonboni: “ma siete sicuri, eh, di venire domani?”<br />Ferruccio era un po' agitato, un po', perché aveva moglie e figlio, nessuno dei quali si insofficiva di voglia quando la famiglia riceveva un invito di Flint. A Ferruccio spiaceva rifiutare, avendo – come dire – l'educazione tatuata nel cuore felicemente arrestato all'onorare pulsioni amicali adolescenziali. <br />Ma Flint andava avanti, riempiendo i buchi del tentennare di Ferruccio: “perché ti apro un vino, ma un vino... un rosso che mmmmh... e te lo apro oggi perché vedrai domani che paradiso...”<br />“Ma no, non serve...” si schermiva allora il buon Ferruccio, che per di più non era un intenditore di vini. Pertanto, finiva anche per sentirsi in colpa, unto dal crisma di un privilegio a cui i suoi sensi non potevano attingere adeguatamente.<br />“No-no-no-no-no,” tagliò corto Flint con un sorriso confezionato, con magnanimità scaltra, “sai che mi fa piacere quando venite e quindi apro il vino che dico io e lo apro quando dico io”. <br />Largheggiava, ma angusto.<br /><br />L'indomani ci fu un'altra telefonata, però nella sua direzione. Ferruccio disse a Flint che il bimbo aveva la febbre e che non sarebbero potuti recarsi al suo pranzo. Flint fece una tragedia per il vino. Si offese. Disse parole aspre con tono stizzito. Ma poi tirò le somme atteggiandosi a filosofo, con l'aria petulante di chi tollera, nonostante. Ferruccio si scusò con un balbettio confuso di bontà, implume. La moglie bruciava di fastidio perché le donne capiscono, anche quando non dicono niente e ti fanno capire che non stanno dicendo niente e ti stanno facendo un favore a stare zitte, tanto hai capito benissimo. Il bambino aveva trentotto di febbre ma giocava coi robot dello spazio.<br />]]></description>
<author>inventatore&lt;egregiosignore@nospam.com&gt;</author>
<pubDate>Sun, 11 Apr 2010 23:20:21 +0200</pubDate>
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						<title>Non sono di certo l'esperienza della realtà e l'abilità con la logica a salvare Clanco Bolis da una brutta fine.</title>
<link>http://karimayed.com/news.php?item.276.4</link>
<description><![CDATA[Il bastardo, Clanco Bolis, lo conosco da quando avevamo io 10 anni e lui 14. Da ragazzini mi tormentava, era un bullo. Due volte mi ha pestato, una sono scappato. Avevo voglia di giustizia e sognavo di spaccargli le ossa con violenza, ma invece le prendevo e poi andavo a casa con la grossezza in frantumi e prendevo a calci il letto.<br />Poi gli anni sono passati, lui non è diventato né drogato, né delinquente, né malato grave, come speravo. Ha aperto una yogurteria. Io ho studiato parecchio fino alla terza superiore, poi mi sono un po' perso via e sono finito a fare dei lavoretti un po' qui e un po' lì.<br />Siccome con i lavoretti guadagno proprio una miseria, un nichelino, mi sono accorto che non mi bastava, rispetto alla voglia che avevo di avere cose, indipendentemente dal fatto che mi servissero. Anche un chinotto, una lattina di chinotto: se devi fare i conti ogni fine mese, e anche durante un po' alla volta, devi essere onesto con te stesso. Sei al super a comprare le cose necessarie, tra cui ce ne sono alcune catalogate come necessarie anche se sono un po' dei mini-premi, come la birra. Ma mentalmente ci sta, non devi mica vivere morendo di ragli sofferenziali. Però se devi fare i conti e la birra rientra nei conti, ma già con un certo stringere delle gengive e tirare dei muscoli del collo (mentre le bollette ti danno fastidio ma mentalmente sai che quelle sono un bel cumuletto nero di soldi che se ne vanno sicuri senza problemi di coscienza, non quelli rossi allarme!-allarme! che hai preso perché comandava la mano e il corpo anziché la testa), allora se passi di fianco al chinotto e pensi che potresti avere voglia di una lattina di chinotto nei prossimi giorni, o la compri o non la compri. Perché costa poco. Ma se cedi lì, hai finito. Vai avanti aggiungendo cose che costano poco, facendo finta come di essere al buio, e poi alla fine del mese fai i conti e preferiresti esserti segato via un braccio.<br />Allora non potevo prendere il chinotto, e avevo voglia di prendere il chinotto. Attenzione: la sera, a casa, mi andava bene la birra. Non rimpiangevo il chinotto. Ma al super, ogni volta che passavo di fianco alla lattina del chinotto, mi incazzavo perché dovevo non prenderla.<br />D'altra parte, siccome non sono uno con le palle di marmellata, volevo comunque passare di fianco alla lattina del chinotto per provare a me stesso che sono un uomo forte nel cervello.<br />Sono uscito da questa situazione con l'idea di fare delle piccole rapine, per ampliare la contabilità alle spese non necessarie, ma gradite alla psiche urgente.<br />E sono andato a rapinare la yogurteria di Clanco Bolis. Non per vendetta, anzi. Proprio per indifferenza (sempre per la forza del cervello). Mi sono detto: provo un senso di rivalsa a rapinare quello stronzo di Clanco Bolis? E mi sono risposto onestamente a cuore puro: no, non me ne frega niente, è uguale. E allora lì sì che mi sono sentito tenace e mentalmente mi sono dato una pacca sulla spalla, come se avessi passato il prossimo livello di ninja, e mi sono dato il permesso di rapinare proprio la yogurteria di Clanco Bolis.<br />Sono entrato una sera che il locale era vuoto, poco prima della chiusura, e non l'ho salutato. Lui non so se mi ha riconosciuto, ha fatto un sorriso che doveva fare, metafora di una mano spalancata verso la mercanzia disponibile.<br />Avevo su una giacca di velluto con le toppe ai gomiti, che da logora era diventata figa. Sono entrato con la mano destra nascosta nella tasca di essa, con pollice e indice a forma di pistola. Ho alzato un po' l'avambraccio, in una postura goffa in assoluto, ma figa in relazione all'averla vista in film di rapine che hanno sdoganato l'inelegante scamuffo di violenza inerente al gesto.<br />“Dammi i soldi che hai in cassa”, ho detto, dando chiaramente a vedere di non voler sottolineare né con le parole né con cenni del viso il contenuto sagomato eloquentemente della tasca.<br />“Io non credo che tu abbia una pistola in tasca”, ha detto Clanco. E sempre non si capiva se mi aveva riconosciuto o no.<br />“Sei disposto a rischiare?”, gli ho detto.<br />“Se avessi davvero un'arma, non avresti nessun motivo per nasconderla. Però ti faccio una proposta. Io così come adesso, sotto una minaccia di cui non conosco la realtà, per principio, non ti do un Euro. Rischio. Se sei armato, premia il mio coraggio, sparami a un piede così mi fai vedere chi comanda, ma non mi ammazzi. E poi ti prendi i soldi.”<br />D'istinto guardai in basso. Il bancone era un lastrone di vetro sostenuto da stanghe verticali. Avrei potuto in effetti sparare tranquillamente ai suoi piedi, perché tutta la sua figura era in vista. <br />Clanco continuò:<br />“Se invece ho ragione io, leva la mano dalla tasca, e io per premiare la tua faccia tosta ti do venti Euro”.<br />È chiaro che non era una questione di rilevanza dei chinotti, perché figurati: accettando, con venti Euro me ne sarei comprati a bizzeffe.<br />Era una questione che la sua logica mi aveva sconfitto, ma non era giusto che andasse così, rispetto a una coerenza cosmica di valori che si annidava nel passato in cui lui aveva fatto il bullo e io che studiavo più di lui alla fine avevo avuto un futuro senza rivincita.<br />Confermo che non ero entrato a rapinare la yogurteria perché era proprio la sua, però adesso che lui mi aveva stanato il gioco, rieruttavano alla superficie tutte le frustrazioni che imbrigliavo rabbiose nei suoi confronti.<br />Allora tirai fuori la mano a pistola dalla giacca, puntandogliela dritta al cuore, e con gli angoli della bocca piegati nel disprezzo abbassai il pollice per ucciderlo, facendo anche un sussurro gracchiato tipo “Piuuuch”, come quando si spara con le dita.<br />Nessun proiettile partì dal mio indice.<br />Clanco Bolis scosse la testa ridacchiando. <br />“Ma hai mai visto qualcuno con una pistola in mano? Hai mai visto qualcuno che spara abbassando il pollice?”<br />E come un fulmine un po' lento mi puntò contro il dito indice, senza il pollice alzato, come ad indicarmi dritto la direzione di me stesso. Fece scattare il medio piegato, simulando un vero grilletto, sibilando anche lui “Piuuuch”.<br />Vidi partire un colpo incandescente, sentii un dolore parziale e totale insieme dentro il me stesso e stramazzai a terra. Prima che la vista mi si annebbiasse, scorsi la mano di Clanco guizzare come una pennellata bianca sul grigio. Svolazzò qualcosa, come d'autunno. Infine il nero.<br />Mi trovarono morto, i carabinieri, con una banconota da venti Euro caduta sul viso.]]></description>
<author>inventatore&lt;egregiosignore@nospam.com&gt;</author>
<pubDate>Mon, 05 Apr 2010 19:49:43 +0200</pubDate>
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						<title>Lercio mare, mostro Elrog.</title>
<link>http://karimayed.com/news.php?item.275.4</link>
<description><![CDATA[Camminare verso il mare, quando il tramonto lo lecca e gli lascia su una bava di lucine, sembra quasi di essere un tessuto di molecole in viaggio verso la dimenticanza finale. E così marciava passo passo nella sabbia, bucherellando la spiaggia di dunette con i piedi, Elrog Banbunbanbanu, in cerca di pensieri nella testa che invece vagava insperata verso sogni gabbiani.<br />L'odore misto di pesce, alghe e sale marcio, nonostante la bellezza intorno stillasse poesia come una corona lucente intinta nella rugiada, rendeva ben chiaro che il mare era lercio. Che lì dentro, di giorno e di notte, stronzi di bambini spiavano il momento giusto per farsi partorire sgusciando fuori dalle onde, in uno strano mistero di galleggiamenti e sprofondamenti. E non solo gli stronzi, ma anche i sacchetti di plastica, e più di ogni cosa gli stronzi che si infilavano nei sacchetti di plastica.<br />Erano dotati di una mente, quegli stronzi? O era un rollio e beccheggio che confezionava l'odorante spurghevole sinteticità come un buondì motta nella sua bustina sottovuoto?<br />La merda occupava molti pensieri di Elrog, e con lei le cellule, dotate di citostoma e citopigio, così simili a un essere vero e grosso, che mangia e caga e mangia e caga e un giorno muore.<br />All'improvviso, come un uomo in procinto di mutarsi in un mostro giapponese, Elrog fu scosso da dolori elettrici in tutto il corpo, un tumulto di angoscia che gli torceva i nodi del corpo come gnocchi. Urlò grosso e grave, raschiando tutto il suono via dalla gola e uscendolo come un fumetto grigio di nuvola e sangue, che non avresti saputo dire se fosse il suono o l'anima resa come le ultime ceneri al vento. <br />Elrog tremò e sballottò e la cute iniziò a lacerarsi e le dimensioni del corpo crebbero a dismisura e due corna bislunghe gli spuntarono sulla fronte e tutto si coprì di scaglie coriacee, i denti gli si allungarono in zanne insanguinate per il trauma delle gengive spaccate e perforate, due ali rachitiche gli bucarono la schiena per spuntare con orride cartilagini palmate e gli organi interni si mescolarono in un ripugnante mix di tessuti gonfi e pulsanti, ognuno dotato di piccoli denti per mangiare l'organo vicino e, nella confusione anatomica polposa, anche se stesso.<br />Elrog si era tramutato in un mostro orribile, che soffriva mozzicandosi da dentro, con il cervello oscuro coperto in una sensazione ottusa, più un istinto di fare che un ragionamento.<br />Era un mostro giapponese, ma non aveva nemici!<br />Entrò di corsa nel mare, pestandolo con i piedi per vendetta, fregandosene degli stronzi che ora erano piccoli, per lui, come residui di gomma pane. Ruggì e sibilò, muovendosi con goffaggine gommosa. Schiantò le onde con le palme dei piedi e minacciò il cielo ringhiando con i suoi artigli.<br />E intanto dentro di lui, gli organi si mangiavano l'un l'altro, persino a livello cellulare, citostomi e citopigi, la sua carne interiore si sbriciolava come grissini di frattaglia con un dolore sparsissimo e stritolante, suddiviso in milioni di bocconi contemporanei di se stesso, e il sangue iniziò a turbinare negli spazi vuoti del suo interno, fino a gorgogliargli in gola, a uscirgli dagli occhi offuscando la vista del tramonto. Gnam gnam, i dentini dentro, gnam gnam. Si obnubilò con un odio bestiale e senza luce, poi non possiamo dirvi più nulla.]]></description>
<author>inventatore&lt;egregiosignore@nospam.com&gt;</author>
<pubDate>Sun, 14 Mar 2010 20:05:15 +0100</pubDate>
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						<title>Cola cielo.</title>
<link>http://karimayed.com/news.php?item.274.4</link>
<description><![CDATA[Se potesse piovere dentro al tram, la realtà sarebbe più attendibile. Come fai a credere nelle cose? Come è possibile che l'umido gelido che si tramanda di sensazione in sensazione sia sparso nell'aria asciutta del vagone in cui risuonano ferro e campanelli cupi? Che contiene urti come una bocca  masticando, mentre da fuori è una veloce ottusità arancione lanciata a penetrare il sipario di pioggia fitta?<br /><br />Sto seduto e non leggo e non ascolto musica. Intontito nella testa compressa dalla giornata, aleggio. La ragazza di fronte a me mi guarda assente. O forse no, forse sta cercando qualcosa, non lo so. Ho l'impressione che si stia lasciando assuefare alla mia figura. Non ci sono reazioni dentro di me, comunque, se non una sepoltissima curiosità che apparterrebbe a qualcun altro, qualche me meno stanco. Poi, senza un momento, la ragazza chiude gli occhi lentamente, così lentamente che mi sembra stia assaporando una pace di cui è grata. E invece no; invece ha raggiunto la soglia in cui si rompe la tristezza e sgorga improvviso il pianto.  <br />Le lacrime, come fanno le lacrime, si servono di lei. <br />Rimango sbigottito, non so che dire, non so se qualcosa occorra fare. Ma è lei a parlarmi. “Scusa”, bisbiglia piangendo con pudore, “ma ti accarezzi l'orecchino come faceva il mio ex”.<br />Apro la bocca, ma non riesco ad uscire.<br /><br />La ragazza si alza, il viso ceduto al tormento che si avvita senza sollievo. Il tram è fermo, le porte sbuffano, lei non c'è più.<br /><br />La fermata successiva è la mia. Mentre calo lungo i tre gradini, mi sento addosso gli occhi duri delle altre ragazze, invidiose del suo dolore. Un tram gremito, quando aspetta alla fermata per spolparsi e rifare il carico di persone, sembra che abbia fastidio. O che sia nervoso, o che sia ferito. Non ho l'ombrello e piove male, come se si stesse spremendo una fatica. È dalle pozzanghere che mi accorgo della stranezza. È sera, ma nell'acqua a terra non vedo l'indistinto sporco della pioggia a quell'ora, con i riflessi indecifrabili delle luci nel guazzo. No, ci sono come dei batuffoli che galleggiano dentro, e delle lamine grigie simili a sassi di vetro molto sottile. Camminando protendo la mano a farmi toccare dalla pioggia. La consistenza è oleosa, e il colore è sporco ma puro, e ci sono proprio dei batuffoli, e i batuffoli non mi sembrano altro che ciò che, per quanto paia incredibile, sono: piccoli e irregolari fiocchi di nuvola. Perché non sta piovendo. Sta colando a terra tutto il cielo.]]></description>
<author>inventatore&lt;egregiosignore@nospam.com&gt;</author>
<pubDate>Sun, 07 Feb 2010 16:38:40 +0100</pubDate>
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						<title>Pensieri microbi di uno spilungone.</title>
<link>http://karimayed.com/news.php?item.273.4</link>
<description><![CDATA[Quando arriva la neve, la gravità si sospende soffice. La cautela del piede, affrettata e fragola, freme di un gorgheggio infantile, l'impeto azzurro del cuore. È permesso appropriarsi delle strade, che si infilano sui marciapiedi. La lentezza è incanto, benché dentro, frizzante, tutto corra. <br /><br />I miei giorni sono l'aspettare di morire. Non ho né gioia, né speranza. Il non essere può continuare all'infinito. Non vi è nulla da preservare, malgrado il bozzolo dell'abitudine. La malattia ombrosa dell'animo è un sonno vischioso senza riposo. Ma far affiorare all'intelletto e accettare, come una rivelazione e una responsabilità ufficiale, la <em class='bbcode italic'>non gioia</em> e la <em class='bbcode italic'>non speranza</em>, dà, incredibilmente, una dolcezza profonda e acuta. Il senso di essere giunti, inaspettatamente, finalmente. E benché si possa continuare, come se nulla fosse successo, ad attendere di morire, si smorza la paura della fine. Come se nella risposta fosse apparsa contenuta la domanda. Non c'è gioia, non c'è speranza. Perché ho così male alla vita?<br /><br />Sento il bisogno di dirlo a mia moglie, che discosta da me nella stanza si è avvicinata alla finestra. La verità delle mie parole non le sarà di sollievo, al contrario: la ferirà. Ma la ferita è un atto. Una sferzata sorprendente e avida di terrore, finché i minuti e le ore successive non consentiranno al tempo di rammendare la vita. Di offrire una valutazione sulle conseguenze della ferita stessa. E soprattutto di constatare che la ferita, benché tormenti, e benché lo si vorrebbe, non ucciderà. La ferita è un atto, contrariamente al dipanarsi dei giorni resi tetri dall'unanimità del non dire. Tollerabili come se si stesse davvero guardando avanti, solo perché e finché si rinvia la parola che spezza.<br /><br />Sento il bisogno di dirlo a mia moglie. Ma mentre mi accosto a lei con difficile gravità, proprio quando sto per pronunciare il suo nome, mi accorgo che la neve, fuori, sta cadendo nera. Precipita a terra con una calma inesorabile. E ogni fiocco si posa con un impercettibile, sinistro suono metallico. Negli occhi di mia moglie, lo stupore sembra schiudere una conferma che dal nulla si rende a poco a poco più intelligibile. Quasi che il piccolo, mostruoso rovesciarsi dei fiocchi, e il loro lugubre brusio, fossero insieme un presagio e una risposta, contenuta da sempre nell'indefinibile morire del tempo.]]></description>
<author>inventatore&lt;egregiosignore@nospam.com&gt;</author>
<pubDate>Mon, 04 Jan 2010 00:19:17 +0100</pubDate>
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						<title>Iorgo, l'uomo che potette volare.</title>
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<description><![CDATA[E un giorno, come se fosse naturale e spontaneo, mi librai, e fui coinvolto nello spirito di mozzafiaggine, subito e spaventevole, all'inizio, perché ti si sospende la gola in un tutt'uno tumultuoso di fiato tranciato, poi però dopo l'iniziale obnubilarti che vedi tutto blu scuro di tenebra cianotica e hai paura che sia un soffocare di un morire, dopo sali e sali e reimpari a respirare, mentre ti sudano freddo attaccaticci i capelli sulle tempie e dici, come uno scemo, chissà se mi ammalo, come se mentre voli sparato verso l'alto a tutta velocità dovessi preoccuparti della faringite, poi flappi e flappi con le braccia e riprendi fiato e inizi a controllare, a capire come si vola, come nei sogni, è tutto naturale, e respiri mentre ti sfreccia l'aerodinamica dentro il fiato e senti un gelo bellissimo che ti si spalma sulla faccia, e il rumore del vento, ma sei fiero perché non è il vento, sei tu! E allora a quel punto vai su, e su, e su, nell'atmosfera nella cromosfera nella spaziosfera nella magisfera e ti giri con la panza in alto e muovi le braccia a dorso e nuoti nel cielo, e sai cosa fai? A un certo punto ti prendi una licenza e ti abbassi le braghe, con grande attenzione, tra una bracciata e l'altra perché lo senti che perdi quota mentre stacchi un braccio dal movimento molinello del nuotare per maneggiare la cintura, quindi devi biciclettare di più con l'altro braccio e le gambe che spinnano, ma alla fine, goffo e cadibondo, un po' galleggiante e incerto, riesci ad abbassarti le braghe e a fare la cacca sugli umani, poi c'è anche il freddo che prendi alla panza che ti aiuta a secernere schiozzi di merda, ti senti un mito greco tanto è magico e strano, e tutta la merda che hai la fai su tutti quanti, tanto se la meritano.]]></description>
<author>inventatore&lt;egregiosignore@nospam.com&gt;</author>
<pubDate>Mon, 07 Dec 2009 14:52:24 +0100</pubDate>
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						<title>Una cicciona e due scheletri.</title>
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<description><![CDATA[Porca vacca se era verde la valle. Dalla cima della collina si vedeva uno spalmìo armonico di muschi ed erbe, quasi che una spatola sporca di pesto fosse stata passata sul suolo. Qui e lì si sparavano extra dal monòcromo dei ciòffi di colori sgargianti, corrispondenti a nugoli di fiori coraggiosamente allegri, ma a parte queste pozzanghere di spatàm era tutto un fluire e un accarezzevolarsi di erbe e prati placidi e compatti.<br />Matilde, bambina strepitosamente cicciona, era in cima alla collina in cerca di quadrifogli. Al solo esistere, ansimava. Se tentava di piegarsi, i rotoli di adipe le mozzavano il fiato, ottundendole il pensiero e generandole irsuti spasmi di panico da ipossia. Quindi i quadrifogli li cercava e non li cercava. <br />Era pungiglionata dalla speranza arrabbiata, più che altro un blando sogno ad occhi aperti, di piegarsi a caso e trovare il quadrifoglio, senza fatica, automaticamente. Allora faceva qualche passo, aguzzava le pupille, perscrutava il gorgoglio dei ciuffi scossi appena dalla brezza, poi si costruiva nel cuore una sensazione sfigata di chiamata soprannaturale, illudendosi, prendeva il fiato un po' più forte, senza accorgersi di questa precauzione, si chinava e pensava nello stesso momento  “è qui” e “tanto non c'è”, per non precipitare nel nero della disperazione.<br />I passi in qua e in là, il capitombolo improvviso, il rotolare sgangherato giù giù nel verde.<br />E la cosa strana, tremendamente irreale eppure succedente, fu l'effetto valanga. Come la neve raccoglie altra neve e precipita a valle sotto forma di immane frastuono e distruzione, così, non si sa da dove, rotolando Matilde accumulava grasso su grasso e si inadipiva, si inflaccidiva, diventava una bolla molliccia e sempre più grossa di materiale lipidico ondulante, finché la sua corsa non si arrestò vicino al cimitero proprio al confine del verde, dove i due scheletri Mike e Spanso non si accorsero di nulla, concentrati in un terrore folle che li rendeva impermeabili a tutto il resto.<br />Perché di fianco al cimitero c'era una casa.<br />E Mike e Spanso erano pazzi di sgomento e matta angoscia perché il loro cimitero era vicino alla casa vicino al cimitero.]]></description>
<author>inventatore&lt;egregiosignore@nospam.com&gt;</author>
<pubDate>Wed, 18 Nov 2009 19:22:58 +0100</pubDate>
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