crosmaglio livs eghènMonday 04 January 2010 - 00:19:17
Pensieri microbi di uno spilungone.
Quando arriva la neve, la gravità si sospende soffice. La cautela del piede, affrettata e fragola, freme di un gorgheggio infantile, l'impeto azzurro del cuore. È permesso appropriarsi delle strade, che si infilano sui marciapiedi. La lentezza è incanto, benché dentro, frizzante, tutto corra.
I miei giorni sono l'aspettare di morire. Non ho né gioia, né speranza. Il non essere può continuare all'infinito. Non vi è nulla da preservare, malgrado il bozzolo dell'abitudine. La malattia ombrosa dell'animo è un sonno vischioso senza riposo. Ma far affiorare all'intelletto e accettare, come una rivelazione e una responsabilità ufficiale, la non gioia e la non speranza, dà, incredibilmente, una dolcezza profonda e acuta. Il senso di essere giunti, inaspettatamente, finalmente. E benché si possa continuare, come se nulla fosse successo, ad attendere di morire, si smorza la paura della fine. Come se nella risposta fosse apparsa contenuta la domanda. Non c'è gioia, non c'è speranza. Perché ho così male alla vita?
Sento il bisogno di dirlo a mia moglie, che discosta da me nella stanza si è avvicinata alla finestra. La verità delle mie parole non le sarà di sollievo, al contrario: la ferirà. Ma la ferita è un atto. Una sferzata sorprendente e avida di terrore, finché i minuti e le ore successive non consentiranno al tempo di rammendare la vita. Di offrire una valutazione sulle conseguenze della ferita stessa. E soprattutto di constatare che la ferita, benché tormenti, e benché lo si vorrebbe, non ucciderà. La ferita è un atto, contrariamente al dipanarsi dei giorni resi tetri dall'unanimità del non dire. Tollerabili come se si stesse davvero guardando avanti, solo perché e finché si rinvia la parola che spezza.
Sento il bisogno di dirlo a mia moglie. Ma mentre mi accosto a lei con difficile gravità, proprio quando sto per pronunciare il suo nome, mi accorgo che la neve, fuori, sta cadendo nera. Precipita a terra con una calma inesorabile. E ogni fiocco si posa con un impercettibile, sinistro suono metallico. Negli occhi di mia moglie, lo stupore sembra schiudere una conferma che dal nulla si rende a poco a poco più intelligibile. Quasi che il piccolo, mostruoso rovesciarsi dei fiocchi, e il loro lugubre brusio, fossero insieme un presagio e una risposta, contenuta da sempre nell'indefinibile morire del tempo.
I miei giorni sono l'aspettare di morire. Non ho né gioia, né speranza. Il non essere può continuare all'infinito. Non vi è nulla da preservare, malgrado il bozzolo dell'abitudine. La malattia ombrosa dell'animo è un sonno vischioso senza riposo. Ma far affiorare all'intelletto e accettare, come una rivelazione e una responsabilità ufficiale, la non gioia e la non speranza, dà, incredibilmente, una dolcezza profonda e acuta. Il senso di essere giunti, inaspettatamente, finalmente. E benché si possa continuare, come se nulla fosse successo, ad attendere di morire, si smorza la paura della fine. Come se nella risposta fosse apparsa contenuta la domanda. Non c'è gioia, non c'è speranza. Perché ho così male alla vita?
Sento il bisogno di dirlo a mia moglie, che discosta da me nella stanza si è avvicinata alla finestra. La verità delle mie parole non le sarà di sollievo, al contrario: la ferirà. Ma la ferita è un atto. Una sferzata sorprendente e avida di terrore, finché i minuti e le ore successive non consentiranno al tempo di rammendare la vita. Di offrire una valutazione sulle conseguenze della ferita stessa. E soprattutto di constatare che la ferita, benché tormenti, e benché lo si vorrebbe, non ucciderà. La ferita è un atto, contrariamente al dipanarsi dei giorni resi tetri dall'unanimità del non dire. Tollerabili come se si stesse davvero guardando avanti, solo perché e finché si rinvia la parola che spezza.
Sento il bisogno di dirlo a mia moglie. Ma mentre mi accosto a lei con difficile gravità, proprio quando sto per pronunciare il suo nome, mi accorgo che la neve, fuori, sta cadendo nera. Precipita a terra con una calma inesorabile. E ogni fiocco si posa con un impercettibile, sinistro suono metallico. Negli occhi di mia moglie, lo stupore sembra schiudere una conferma che dal nulla si rende a poco a poco più intelligibile. Quasi che il piccolo, mostruoso rovesciarsi dei fiocchi, e il loro lugubre brusio, fossero insieme un presagio e una risposta, contenuta da sempre nell'indefinibile morire del tempo.
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