crosmaglio livs eghènSunday 23 August 2009 - 22:56:37
Carlo Friedlander e il pollo arrosto.
La storia, me ne rendo conto, è davvero lunga. Però potete sempre leggerne un pezzo alla volta, tipo uno snack grosso.
Ora chiediamoci con profondità, con intensità, con acutezza genuina di concentrazione: come è fatto un pollo arrosto? Spiego: mi riferisco all'idea visiva di pollo arrosto. Non so voi, ma se io penso al pollo arrosto non mi viene in mente un vero pollo arrosto, con la crosticina lustra e croccante, il profumino invitante, magari dell'alloro o del rosmarino a contorno decorativo dell'olfatto, le patate belle tonde e rosolate... mmmh... ecco, se lo descrivo così, certamente, mi viene un languorino da vizietto benestante anche se ho appena cenato. Ma se non mi profluvio in una descrizione tanto organizzata, se dico solo così, a bruciapelo, shpà! “Pollo arrosto”... ecco, non so a voi, ma a me viene in mente un'idea teorica di carne marroncina uniforme con le due ossa delle zampe che sporgono bianche dalla massa cicciotta come le gondole dell'Enterprise (l'astronave di Star Trek). Notate bene che c'è una grande differenza tra il pollo che ho descritto prima e quello che ho schizzato adesso. Nel secondo, capperi, le ossa sono bianche bianche, non ci sono orpelli azzimati come il rosmarino e l'alloro di poc'anzi. In pratica è, né più né meno, il pollo arrosto raffigurato nei cartoni animati di Hanna e Barbera, o (se la memoria non mi frattaglia) nell'icona del “secondo” del popolarissimo quiz televisivo “Il pranzo è servito”, condotto dall'impareggiabile Corrado Mantoni e vallettato dalla mora Linda Lorenzi, che più tardi diede diamanza a “Colpo Grosso” senza tuttavia mai concedere la magnanimità di scoprire un capezzolo, neanche per sbaglio.
Ecco, con un non grave impiego della fantasia, è possibile trasferire quell'immagine piatta e cartoonesca nel suo equivalente tridimensionale. Non necessariamente di carne e ossa, attenzione. Semplicemente, in tre dimensioni. Un pollo arrosto che sia un vero pollo arrosto, pensate il paradosso, proprio in quanto manifestazione fisica di un disegno astratto che però, per così dire, rappresenta per il comune mortale l'idea platonica del pollo arrosto. Più vero di quello vero! Niente patate, niente odori, niente abbrustolimenti irregolari e acquolinevoli... eppure, pazzesco, proprio per questo, vero verace e veritiero.
Carlo Friedlander crepava di fame. Nonostante il nome un po' da poeta mitteleuropeo e un po' da fesso imbambolato che si fa fottere i tesori di famiglia da Diabolik, Carlo Friedlander era un poveraccio. Un barbùn. Non un clochard nel senso identificativo della parola. Barbùn per così dire. Vestito male con dei golfoni a strisce che qui e lì si erano procurati qualche buco con l'usura (portati mille e mille volte metà per ragioni affettive e metà per pigrizia incurabile), un effettivo abbondare arricciato di pelo maschile su mento e guance, una barba che negli anni Settanta sarebbe stata riconosciuta come un passaporto di impegno politico rumoroso e incazzato, ma che al giorno d'oggi, che ne è passata di Sprite sotto i ponti, sembrava solo una barba troppo caotica e basta, senza tanta semiotica agghindata addosso. E poi occhialoni molto molto fuori moda, non gli occhiali grossi che oggi all'improvviso sono “trendy” benché sfigurino l'intelligenza media di chi li porta, bensì quelli dritti dritti sopra (tipo monosopracciglio) e a goccia sotto che ti facevano sembrare uno sfigato negli anni Ottanta e ancora oggi non sentono il peso del tempo nell'esercitare la funzione penosa, almeno al momento in cui scrivo.
Torniamo a Carlo Friedlander. Non si capisce bene se e quando si lavasse, forse sì, non è tanto un fastidio di odore, quanto un'impressione generale che alla vista comunica già un tot di informazioni tutto sommato sgradevoli che poi l'esperienza non si periterà più di tanto di smentire, mica ne vale la pena. Tipo che servirebbero dei crediti aggiuntivi, degli insert coin, per fare la fatica umanesima di accorgersi che ma non puzza, che ma non è sporco, eccetera. Dico, nessuno gli ha detto di vestirsi così male, basta guardarsi intorno un secondo per aggiornarsi sugli standard minimi della decenza, non è chiedere troppo e, proprio per questo, schifarlo diventa un sacrosanto diritto elementare.
A questa apparenza laida faceva da perfetto pendant il portafogli sudato ma vuoto che Carlo Friedlander si aderiva al culo. La crisi c'entrava poco, era giusto uno che non aveva mai lavorato più di tanto volentieri, faceva finta di cercare, poi c'era sempre un motivo. Troppo lontano qui, contratto di merda lì, stipendio del cazzo lù... insomma, quel che si dice un bighellone senza temere la diffamazione. Come si fa a tirare a campare in qualità di bighellone? Non è difficile, se mamma finanzia (benché brontolando) e di nascosto dalla moglie anche il fratello eroga sostanze d'emergenza. Ma se a un certo punto la madre viene a mancare, stramazzando al suolo in ciabatte veste a fiori e bigodini, pace all'anima sua, senza lasciare eredità, e se a un certo punto la cognata sente colma la misura familiare (forse liberata e illuminata dal decesso della suocera percepita come asfissiante) e smette di guardare dall'altra parte quando il marito mette la pia mano alle banconote che potrebbero servire per qualsiasi altra spesa motivata a priori in quanto generata nel seno della coppia (foss'anche un rossetto), ecco, se a un certo punto i rubinetti si seccano, allora Carlo Friedlander non è che possa giovarsi più di tanto di un cervello incline alla brezza inoffensiva. Perché ci pensa lo stomaco che si contrae mordendogli il fiato a riportarlo alle necessità brute del sopravvivere.
Come entra in questa faccenda il pollo arrosto? Entra così che un giorno, sbattendo un piede davanti all'altro sul marciapiede con in faccia un ceffo ombroso e gufo che attirava le nubi cupe, Carlo Friedlander si imbatté (il suo sguardo dritto a terra si imbatté) in un pollo arrosto disegnato, ma a tre dimensioni. Non galoppate con l'arguzia, gente: non era una roba di guerrilla pubblicitaria, non era un cartonato sagomato messo lì chissà perché, non era un palloncino, non era niente. Era un pollo arrosto ideale ma a tre dimensioni. No, non era un miraggio proiettato dalla fame uncina, non era un'allucinazione servita da qualche improvviso morbo tropicale, non era niente che le vostre menti attente e adulte possano voler fabbricare. Era, come mi sto affannando a dirvi, un'icona di pollo arrosto ma a tre dimensioni. Quella che senza tanti sforzi vi siete riusciti a figurare in testa poco fa.
Il cazzo in culo truce. Questo più o meno fu quello che si creò nell'umore di Carlo Friedlander. Ghermito dall'appetito aggressivo, convulso nel deglutire un centrifugare di bava nata spontanea nelle fauci, impotente e inavvertito nello spalmarsi la lingua lavoratrice sulle labbra, Carlo si fermò con mezza suola ancora per aria e subito poi con frustrazione rapace sbatté il piede al suolo. Cazzo ma cazzo, tutta quella fame famaccia, e lì davanti un pollo arrosto disegnato... il sogno (capiamoci eh, non era un sogno, era lì davvero, sto usando il termine “sogno” per enfatizzare il desiderio di Carlo) di un pollo arrosto manifestato con una perfezione ingenua e sorridente, come se fosse lì per Vilcoyote o Sam il cowboy o Taz. Sfiga di cartoon, diobono, momento da Stanlio e Ollio nella vita di Carlo Friedlander. Non che ora gli venisse più intenzione di trovarsi un lavoro, come se si trattasse di un sintomo del destino carico di ammonimenti. Aveva solo voglia di mangiarsi quel pollo arrosto che stava iniziando a degradagli l'autocontrollo sul cavo orale e le sue secrezioni copiose.
Per sicurezza, si rivolse a un passante, un tizio con un baschetto e l'aria normale. Gli chiese: “lo vede anche lei, il pollo arrosto?” Il tizio gettò appena uno sguardo sfetente, notò la presenza e annuì senza partecipazione. “Però è strano, no?” gli chiese Carlo; l'uomo (che non aveva nemmeno ritenuto normale doversi fermare) fece spallucce annuendo, ma si capiva che era soltanto per levarsi di torno una possibile seccatura. Carlo restò lì con il palmo rivolta al pollo e la faccia sbalordita in direzione del passante in baschetto. Un'ombra fuggevole alla sua sinistra: una vecchina che non appena si vide scorta negò lo sguardo e affrettò il passo, mimetizzandosi col niente umano.
E ora che faccio? Fu il pensiero di Carlo Friedlander. Perché era chiaro: l'opzione numero uno, due e tre e così via fino a circa seimilaequattro, era: mangiarsi il pollo. Punto e rosbif. Ma la prospettiva di incappare nella delusione di scoprirlo immangiabile, e ancora prima irraccoglibile, in quanto irreale, era potentissimamente tremenda. Carlo aveva paura, una paura secca, di nutrire speranze ghiottesche, di mettere in moto meccanismi anticipativi di succhi gastrici e cose del genere, per poi ritrovarsi con nient'altro che dei borbottii lugubri nello stomaco, un'ottusa incazzeria nella testa triste e un'improvvisa vista su un futuro scrostato, mezzo immerso in depressione disperata, tipo un lago brunastro di tubatura rotta e voglia fisica di chiamare l'idraulico zero, stanchezza psicologica definitiva, estrema stremazione.
Però poi gli venne in soccorso la logica. Se lo lascio lì, che esista o no, non mangio. Se provo a prenderlo, alla peggio non mangio. Ah, che minuscola gioia. Un senso stanco di verità gli saziò il cervello con un briciolo di consolazione. Si chinò, allungò il braccio e... lo prese! Lo prese! Fantastico! Avrebbe ballato, cantato, spruzzato pipì dalla contentezza.
Il pollo non aveva una consistenza tattile riconoscibile e distinta sui suoi polpastrelli, eppure lo sentiva. Aveva una sua massa, un suo volume, un suo peso. E ora, non c'era niente di meglio da fare che impugnare uno dei due ossi bei bianchi, strappare un cosciotto e divorarselo succulento a morsi voraci. E così fece, ma... che disappunto! Certo il pollo arrosto aveva una sua materia che faceva resistenza ai denti e si lasciava masticare, dando la sensazione di aver addentato qualcosa di vero. Ma... non c'era alcun sapore! Né il salato, né il caldo, né il cotto, né il carnaceo, né lo speziato, né il profuminoso. Nessun gusto, nessunissimo, zerissimo! Meno ancora del tofu, pur ottimo e venerabile. Difficile spiegare... Carlo aveva un bolo in bocca, ma non sapeva di niente. Niente. Ora, persino l'acqua sa di qualcosa, basta assaggiare due marche diverse di minerale liscia per accertarsene. Ecco, invece 'sto pollo immaginativo era as-so-lu-ta-men-te insapore. Una quantità di nulla sballottata tra lingua e palato. Stop.
La masticazione si fece più lenta, svogliata, quasi nauseata nell'onore. Carlo guardò con disprezzo morto il moncherino di pollo che impugnava e lo gettò a terra. Scaraventò sul marciapiede anche il resto del volatile 3d. Biascicò una mezza bestemmia, più polemica che violenta e forse per questo anche più visceralmente vera, e scalciò i suoi passi lonzi verso casa, incazzato come un perdigiorno senza speranze.
Che racconto lungo, per poi non voler dire un cazzo come al solito. Infatti, comunque, non è mica finito. Ecco che continua con un'aggiuntina last-minute per potenziarlo.
Poco prima di arrivare a casa, girato un angolo (tra via G.B.Vico e via Pisacane, se vi interessa, tanto non vi ho detto in che città è), un qualcosa di insolito attirò l'attenzione di Carlo Friedlander. Un signore, tipo disegnato di un manga, ma in tre dimensioni, gli faceva dei gran segni per chiamarlo. Carlo, stupito ma un po' avvezzo adesso a queste sorprese, si avvicinò con uno sguardo a zig zag tra diffidenza precauzionale e disponibilità gentile. “Ha mica visto un sushi disegnato in tre dimensioni?” gli chiese il signore fatto di manga con tono educato ma sbrigativo. Probabilmente stava esaurendo la pazienza in circostanze sue che noi non sappiamo. Carlo si strinse nelle spalle e fece segno istintivamente di no con la testa, dicendo: “però ho visto un pollo arrosto...” Ma l'uomo di cartone animato tipo manga lo interruppe con un gesto brusco commentando: “no, no, quello lo so che è in giro, io cerco un sushi, ha presente com'è fatto il sushi?” “Sushi non ne ho visto”, replicò stizzito Carlo a cui non piacevano i maleducati. “Ma cos'è diventato sto posto, una specie di pacman?”, chiese ad alta voce come a nessuno, ma chiaramente per farsi sentire dall'uomo di manga. Ma quegli non capì il commento, e per la verità manco io. Se ne andò senza una parola di commiato e chissà se mai trovò il suo sushi o se dovette anche lui sentire una fame dura. Non credo, se no gli sarebbe andato bene il pollo arrosto, a meno che non ci fosse sotto una qualche storia di intolleranze.
Ecco, fine del racconto. Più bello, così col tizio manga, eh?
Ora chiediamoci con profondità, con intensità, con acutezza genuina di concentrazione: come è fatto un pollo arrosto? Spiego: mi riferisco all'idea visiva di pollo arrosto. Non so voi, ma se io penso al pollo arrosto non mi viene in mente un vero pollo arrosto, con la crosticina lustra e croccante, il profumino invitante, magari dell'alloro o del rosmarino a contorno decorativo dell'olfatto, le patate belle tonde e rosolate... mmmh... ecco, se lo descrivo così, certamente, mi viene un languorino da vizietto benestante anche se ho appena cenato. Ma se non mi profluvio in una descrizione tanto organizzata, se dico solo così, a bruciapelo, shpà! “Pollo arrosto”... ecco, non so a voi, ma a me viene in mente un'idea teorica di carne marroncina uniforme con le due ossa delle zampe che sporgono bianche dalla massa cicciotta come le gondole dell'Enterprise (l'astronave di Star Trek). Notate bene che c'è una grande differenza tra il pollo che ho descritto prima e quello che ho schizzato adesso. Nel secondo, capperi, le ossa sono bianche bianche, non ci sono orpelli azzimati come il rosmarino e l'alloro di poc'anzi. In pratica è, né più né meno, il pollo arrosto raffigurato nei cartoni animati di Hanna e Barbera, o (se la memoria non mi frattaglia) nell'icona del “secondo” del popolarissimo quiz televisivo “Il pranzo è servito”, condotto dall'impareggiabile Corrado Mantoni e vallettato dalla mora Linda Lorenzi, che più tardi diede diamanza a “Colpo Grosso” senza tuttavia mai concedere la magnanimità di scoprire un capezzolo, neanche per sbaglio.
Ecco, con un non grave impiego della fantasia, è possibile trasferire quell'immagine piatta e cartoonesca nel suo equivalente tridimensionale. Non necessariamente di carne e ossa, attenzione. Semplicemente, in tre dimensioni. Un pollo arrosto che sia un vero pollo arrosto, pensate il paradosso, proprio in quanto manifestazione fisica di un disegno astratto che però, per così dire, rappresenta per il comune mortale l'idea platonica del pollo arrosto. Più vero di quello vero! Niente patate, niente odori, niente abbrustolimenti irregolari e acquolinevoli... eppure, pazzesco, proprio per questo, vero verace e veritiero.
Carlo Friedlander crepava di fame. Nonostante il nome un po' da poeta mitteleuropeo e un po' da fesso imbambolato che si fa fottere i tesori di famiglia da Diabolik, Carlo Friedlander era un poveraccio. Un barbùn. Non un clochard nel senso identificativo della parola. Barbùn per così dire. Vestito male con dei golfoni a strisce che qui e lì si erano procurati qualche buco con l'usura (portati mille e mille volte metà per ragioni affettive e metà per pigrizia incurabile), un effettivo abbondare arricciato di pelo maschile su mento e guance, una barba che negli anni Settanta sarebbe stata riconosciuta come un passaporto di impegno politico rumoroso e incazzato, ma che al giorno d'oggi, che ne è passata di Sprite sotto i ponti, sembrava solo una barba troppo caotica e basta, senza tanta semiotica agghindata addosso. E poi occhialoni molto molto fuori moda, non gli occhiali grossi che oggi all'improvviso sono “trendy” benché sfigurino l'intelligenza media di chi li porta, bensì quelli dritti dritti sopra (tipo monosopracciglio) e a goccia sotto che ti facevano sembrare uno sfigato negli anni Ottanta e ancora oggi non sentono il peso del tempo nell'esercitare la funzione penosa, almeno al momento in cui scrivo.
Torniamo a Carlo Friedlander. Non si capisce bene se e quando si lavasse, forse sì, non è tanto un fastidio di odore, quanto un'impressione generale che alla vista comunica già un tot di informazioni tutto sommato sgradevoli che poi l'esperienza non si periterà più di tanto di smentire, mica ne vale la pena. Tipo che servirebbero dei crediti aggiuntivi, degli insert coin, per fare la fatica umanesima di accorgersi che ma non puzza, che ma non è sporco, eccetera. Dico, nessuno gli ha detto di vestirsi così male, basta guardarsi intorno un secondo per aggiornarsi sugli standard minimi della decenza, non è chiedere troppo e, proprio per questo, schifarlo diventa un sacrosanto diritto elementare.
A questa apparenza laida faceva da perfetto pendant il portafogli sudato ma vuoto che Carlo Friedlander si aderiva al culo. La crisi c'entrava poco, era giusto uno che non aveva mai lavorato più di tanto volentieri, faceva finta di cercare, poi c'era sempre un motivo. Troppo lontano qui, contratto di merda lì, stipendio del cazzo lù... insomma, quel che si dice un bighellone senza temere la diffamazione. Come si fa a tirare a campare in qualità di bighellone? Non è difficile, se mamma finanzia (benché brontolando) e di nascosto dalla moglie anche il fratello eroga sostanze d'emergenza. Ma se a un certo punto la madre viene a mancare, stramazzando al suolo in ciabatte veste a fiori e bigodini, pace all'anima sua, senza lasciare eredità, e se a un certo punto la cognata sente colma la misura familiare (forse liberata e illuminata dal decesso della suocera percepita come asfissiante) e smette di guardare dall'altra parte quando il marito mette la pia mano alle banconote che potrebbero servire per qualsiasi altra spesa motivata a priori in quanto generata nel seno della coppia (foss'anche un rossetto), ecco, se a un certo punto i rubinetti si seccano, allora Carlo Friedlander non è che possa giovarsi più di tanto di un cervello incline alla brezza inoffensiva. Perché ci pensa lo stomaco che si contrae mordendogli il fiato a riportarlo alle necessità brute del sopravvivere.
Come entra in questa faccenda il pollo arrosto? Entra così che un giorno, sbattendo un piede davanti all'altro sul marciapiede con in faccia un ceffo ombroso e gufo che attirava le nubi cupe, Carlo Friedlander si imbatté (il suo sguardo dritto a terra si imbatté) in un pollo arrosto disegnato, ma a tre dimensioni. Non galoppate con l'arguzia, gente: non era una roba di guerrilla pubblicitaria, non era un cartonato sagomato messo lì chissà perché, non era un palloncino, non era niente. Era un pollo arrosto ideale ma a tre dimensioni. No, non era un miraggio proiettato dalla fame uncina, non era un'allucinazione servita da qualche improvviso morbo tropicale, non era niente che le vostre menti attente e adulte possano voler fabbricare. Era, come mi sto affannando a dirvi, un'icona di pollo arrosto ma a tre dimensioni. Quella che senza tanti sforzi vi siete riusciti a figurare in testa poco fa.
Il cazzo in culo truce. Questo più o meno fu quello che si creò nell'umore di Carlo Friedlander. Ghermito dall'appetito aggressivo, convulso nel deglutire un centrifugare di bava nata spontanea nelle fauci, impotente e inavvertito nello spalmarsi la lingua lavoratrice sulle labbra, Carlo si fermò con mezza suola ancora per aria e subito poi con frustrazione rapace sbatté il piede al suolo. Cazzo ma cazzo, tutta quella fame famaccia, e lì davanti un pollo arrosto disegnato... il sogno (capiamoci eh, non era un sogno, era lì davvero, sto usando il termine “sogno” per enfatizzare il desiderio di Carlo) di un pollo arrosto manifestato con una perfezione ingenua e sorridente, come se fosse lì per Vilcoyote o Sam il cowboy o Taz. Sfiga di cartoon, diobono, momento da Stanlio e Ollio nella vita di Carlo Friedlander. Non che ora gli venisse più intenzione di trovarsi un lavoro, come se si trattasse di un sintomo del destino carico di ammonimenti. Aveva solo voglia di mangiarsi quel pollo arrosto che stava iniziando a degradagli l'autocontrollo sul cavo orale e le sue secrezioni copiose.
Per sicurezza, si rivolse a un passante, un tizio con un baschetto e l'aria normale. Gli chiese: “lo vede anche lei, il pollo arrosto?” Il tizio gettò appena uno sguardo sfetente, notò la presenza e annuì senza partecipazione. “Però è strano, no?” gli chiese Carlo; l'uomo (che non aveva nemmeno ritenuto normale doversi fermare) fece spallucce annuendo, ma si capiva che era soltanto per levarsi di torno una possibile seccatura. Carlo restò lì con il palmo rivolta al pollo e la faccia sbalordita in direzione del passante in baschetto. Un'ombra fuggevole alla sua sinistra: una vecchina che non appena si vide scorta negò lo sguardo e affrettò il passo, mimetizzandosi col niente umano.
E ora che faccio? Fu il pensiero di Carlo Friedlander. Perché era chiaro: l'opzione numero uno, due e tre e così via fino a circa seimilaequattro, era: mangiarsi il pollo. Punto e rosbif. Ma la prospettiva di incappare nella delusione di scoprirlo immangiabile, e ancora prima irraccoglibile, in quanto irreale, era potentissimamente tremenda. Carlo aveva paura, una paura secca, di nutrire speranze ghiottesche, di mettere in moto meccanismi anticipativi di succhi gastrici e cose del genere, per poi ritrovarsi con nient'altro che dei borbottii lugubri nello stomaco, un'ottusa incazzeria nella testa triste e un'improvvisa vista su un futuro scrostato, mezzo immerso in depressione disperata, tipo un lago brunastro di tubatura rotta e voglia fisica di chiamare l'idraulico zero, stanchezza psicologica definitiva, estrema stremazione.
Però poi gli venne in soccorso la logica. Se lo lascio lì, che esista o no, non mangio. Se provo a prenderlo, alla peggio non mangio. Ah, che minuscola gioia. Un senso stanco di verità gli saziò il cervello con un briciolo di consolazione. Si chinò, allungò il braccio e... lo prese! Lo prese! Fantastico! Avrebbe ballato, cantato, spruzzato pipì dalla contentezza.
Il pollo non aveva una consistenza tattile riconoscibile e distinta sui suoi polpastrelli, eppure lo sentiva. Aveva una sua massa, un suo volume, un suo peso. E ora, non c'era niente di meglio da fare che impugnare uno dei due ossi bei bianchi, strappare un cosciotto e divorarselo succulento a morsi voraci. E così fece, ma... che disappunto! Certo il pollo arrosto aveva una sua materia che faceva resistenza ai denti e si lasciava masticare, dando la sensazione di aver addentato qualcosa di vero. Ma... non c'era alcun sapore! Né il salato, né il caldo, né il cotto, né il carnaceo, né lo speziato, né il profuminoso. Nessun gusto, nessunissimo, zerissimo! Meno ancora del tofu, pur ottimo e venerabile. Difficile spiegare... Carlo aveva un bolo in bocca, ma non sapeva di niente. Niente. Ora, persino l'acqua sa di qualcosa, basta assaggiare due marche diverse di minerale liscia per accertarsene. Ecco, invece 'sto pollo immaginativo era as-so-lu-ta-men-te insapore. Una quantità di nulla sballottata tra lingua e palato. Stop.
La masticazione si fece più lenta, svogliata, quasi nauseata nell'onore. Carlo guardò con disprezzo morto il moncherino di pollo che impugnava e lo gettò a terra. Scaraventò sul marciapiede anche il resto del volatile 3d. Biascicò una mezza bestemmia, più polemica che violenta e forse per questo anche più visceralmente vera, e scalciò i suoi passi lonzi verso casa, incazzato come un perdigiorno senza speranze.
Che racconto lungo, per poi non voler dire un cazzo come al solito. Infatti, comunque, non è mica finito. Ecco che continua con un'aggiuntina last-minute per potenziarlo.
Poco prima di arrivare a casa, girato un angolo (tra via G.B.Vico e via Pisacane, se vi interessa, tanto non vi ho detto in che città è), un qualcosa di insolito attirò l'attenzione di Carlo Friedlander. Un signore, tipo disegnato di un manga, ma in tre dimensioni, gli faceva dei gran segni per chiamarlo. Carlo, stupito ma un po' avvezzo adesso a queste sorprese, si avvicinò con uno sguardo a zig zag tra diffidenza precauzionale e disponibilità gentile. “Ha mica visto un sushi disegnato in tre dimensioni?” gli chiese il signore fatto di manga con tono educato ma sbrigativo. Probabilmente stava esaurendo la pazienza in circostanze sue che noi non sappiamo. Carlo si strinse nelle spalle e fece segno istintivamente di no con la testa, dicendo: “però ho visto un pollo arrosto...” Ma l'uomo di cartone animato tipo manga lo interruppe con un gesto brusco commentando: “no, no, quello lo so che è in giro, io cerco un sushi, ha presente com'è fatto il sushi?” “Sushi non ne ho visto”, replicò stizzito Carlo a cui non piacevano i maleducati. “Ma cos'è diventato sto posto, una specie di pacman?”, chiese ad alta voce come a nessuno, ma chiaramente per farsi sentire dall'uomo di manga. Ma quegli non capì il commento, e per la verità manco io. Se ne andò senza una parola di commiato e chissà se mai trovò il suo sushi o se dovette anche lui sentire una fame dura. Non credo, se no gli sarebbe andato bene il pollo arrosto, a meno che non ci fosse sotto una qualche storia di intolleranze.
Ecco, fine del racconto. Più bello, così col tizio manga, eh?
Commenti: 2




